Ambientalismo meticcio e precario

Vorrei condividere alcune riflessioni nate ma non limitate ai lavori congressuali che in questi giorni fino a dicembre a Bari vedranno i soci di Legambiente discutere su quale direzione debba prendere l’associazione. Non è la presentazione della linea del circolo Molecola che vive al suo interno una ricchezza di prospettive che non può essere ridotta a poche considerazioni. Quelli che seguono sono dei punti da cui ripartire per affrontare le nuove sfide poste dall’attuale crisi economica.

Oggi, infatti, ogni riflessione deve essere vista dalla prospettiva della crisi economica. Non solo perché c’è una contrazione vissuta del benessere, ma anche perché a poco a poco si comprende il valore politico della crisi. Ad esempio la BCE che chiede all’Italia riforme strutturali: precarietà, libertà di licenziamento, sfruttamento dei territori, negazione di ogni diritto acquisito attraverso anni di lotte del movimento operaio e ambientalista.

Da questa prospettiva la questione del lavoro è centrale. Ora non solo bisogna giustamente puntare i riflettori sull’assenza di lavoro e quindi proporre una politica che possa accomunare ricerca, occupazione ed economia verde, ma anche riconoscere il valore assunto dal lavoro vivo, da tutta quella attività umana che produce indirettamente o non produce affatto, almeno per ora, reddito o salario.

Altrimenti come si spiegherebbe l’investimento di intellettualità nelle lotte fatte in questi ultimi anni come il referendum? Lotte che non possono essere incasellate nella nozione astratta di volontariato. Bisogna puntare, in altri termini, sulla creazione di nuove fonti di reddito, che abbiano al centro una nuova visione della società e non solo “aggrapparsi” al volontariato: bisogna liberare il tempo dalla crisi piuttosto che cercare di salvaguardare gli ultimi residui di un tempo della vita che verrà irrimediabilmente perduto da una tendenza altrimenti inarrestabile.

C’è un legame diretto tra le forme di produzione e la democrazia. Discorso che si è cercato di fare nell’affrontare la questione Val Susa e quella del nucleare: una produzione basata su grandi impianti, grandi opere e grandi rischi ambientali non può essere che centralizzata, militarizzata, difesa ed esclusa da ogni spazio di dibattito. Quindi non solo la difesa del lavoro, della qualità del lavoro, della liberazione del proprio tempo della vita, ma anche una consapevolezza di una produzione diffusa meno centralizzata. Un concetto che sta alla base ad esempio del fotovoltaico domestico.

Questa prospettiva non ha nulla a che vedere con un “patriottismo dolce”. È vero che modellare il paese raccontando le proprie esperienze e i propri desideri è uno degli elementi centrali per ricostruire un orizzonte e un futuro: più che di patriottismo, parlerei di soggettività che cercano una relazione che vada oltre l’ambito economico. Le istituzioni, nazionali ed europee, sono la governance: lo si è visto per i treni nucleari, in Val Susa, lo si è visto nella repressione delle rivolte dei migranti costretti in lager legalizzati. Più che di “patriottismo dolce” si dovrebbe parlare di una “radicalità senza frontiere”.

Uno degli obiettivi che ci siamo dati come circolo Molecola è quello di continuare ad affrontare la tematica del nucleare studiando la situazione negli altri paesi europei. L’ultimo incidente in Francia ha riproposto in modo evidente il fatto che la questione sia ancora aperta e che la dimensione è quella, almeno, europea. Qui i media devono giocare un ruolo fondamentale per la diffusione e la discussione dei temi che emergono dall’attuale condizione: forme di reddito liberato, economia verde, lotta alla precarietà, nuovi modelli di vita, percorsi di contaminazione di idee, produzione diffusa. Per usare una formula, perseguire un ambientalismo che sia meticcio e precario.

Paolo Greco

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