Laboratorio Valsusa

Potremmo iniziare raccontando degli animali impauriti dai lacrimogeni che scappano per il bosco, oppure dell’anziana signora che porta sulle spalle un enorme sacco pieno di fieno e passa applaudita tra i manifestanti davanti alla chiesa di Ramats. O ancora raccontare dell’agente della Polstrada che per manifestare il suo disprezzo ci sputa dal cavalcavia dell’A32. Forse tre scarti di montaggio. Oppure potremmo analizzare quanto accaduto e descritto dalla cronaca, che ha voluto orientare la riflessione sulla mera distinzione tra manifestanti buoni e cattivi. Un esercizio che riduce a “questione morale” quella politica e che distoglie lo sguardo dalle ragioni del movimento No Tav e da quella che è la progressiva militarizzazione della Valle. Forse è questa la questione sulla quale soffermarci.

Nel momento in cui la politica decide di usare la forza per imporre l’apertura di un cantiere automaticamente essa esclude qualsiasi voce fuori dal coro, comprese le annotazioni tecniche contrarie al progetto. La salute collettiva e l’integrità dell’ambiente valgono molto meno del profitto di pochi e, di conseguenza, tutti i mezzi sono leciti. Concetto già chiarito durante lo sgombero del presidio della Maddalena quando, alla cieca, dal basso verso la spianata in alto, sono stati lanciati lacrimogeni sui manifestanti, rifugiatisi, dopo lo sfondamento da parte della polizia, nell’area del presidio della comunità montana, vicino alle tende degli amministratori, dei medici e dei legali. In quel caso si è dovuta abbandonare anche quell’area “franca”, inseguiti dai lacrimogeni fin dentro il bosco.

A questa logica si contrappone un movimento popolare e diffuso, che si sottrae alle tattiche dei partiti e delle convenienze, ma vive nella propria quotidianità la costruzione di un’alternativa. Un’alternativa che non si ferma ai confini della Valle o dell’Italia ma che ripensa la stessa Europa. Così come è stato nel caso dei referendum sul nucleare e l’acqua pubblica, la mobilitazione No Tav pone al centro la tutela del territorio, una politica industriale che non sia incentrata sulle grandi opere e sul profitto di pochi e un nuovo modello di partecipazione politica. Succede allora che le persone si mobilitino a difesa di una Valle, consapevoli che la posta in gioco è ben più grande.

La presenza alla manifestazione anche di molti studenti, precari e disoccupati va in questa direzione, nel vedere cioè il movimento No Tav come un laboratorio per quanti in questi mesi, non solo in Italia, vogliono costruire un presente oltre la crisi. La mobilitazione No Tav è quindi un’occasione d’incontro tra culture politiche diverse, un nuovo agire comune che dovrebbe riempire i nostri cuori di gioia, perché non è ancora stato scritto tutto.

Paolo Greco, Federico Vozza

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