LA CENTRALE di E. Filhol. Riflessioni a margine

“Tre dipendenti sono morti durante gli ultimi sei mesi”. Con queste parole inizia il romanzo della Filhol, La centrale, edito da Fazi. Quale che sia il rapporto tra la morte e il lavoro alla centrale nucleare, gli eventi si svolgono in un orizzonte di disagio, di sottrazione della propria vita e della propria umanità. Il filo conduttore è la storia, frammentata come sono i contratti interinali, di un lavoratore dell’industria nucleare che gira la Francia, nomade, alla ricerca di contratti e di lavoro. Egli fa parte di un esercito di carne da radiazione, il cui unico obiettivo e speranza è quello di non superare la dose consentita di venti millisievert annui per poter continuare a lavorare.

Una logica che è alla base del sistema del mercato del lavoro che oggi viviamo, reso ancora più disumano, atroce, cinico, dal fatto che questo meccanismo si svolge all’ombra delle centrali, di un rischio reale e concreto che è parte integrante della giornata: “qualcosa di sostanziale è stato toccato. E la nausea e la stanchezza, a tal proposito, non aggiungono granché. Di essere arrivati a quel punto, a vendere il proprio corpo al prezzo del chilo di carne”. Una vita nomade, tra case in affitto, roulotte, agenzie interinali e famiglie lasciate in qualche città francese, con la paura dei propri cari che le radiazioni possano essere contagiose.

Si potrebbe pensare che il nucleare sia il pretesto per poter parlare di qualcosa di universale. Invece, è in questa esperienza, così potente come la stessa energia che si produce, che affascina e terrorizza, che sorge questa nuova umanità de-territorializzata. L’unica cosa che rimane, nell’eternità del cemento, in un paesaggio post-industriale, è la centrale: “impenetrabile, indistruttibile. […]. La centrale seduce. Diciamo che può sedurre. Grazie a quello che è all’opera nel nocciolo del reattore con l’assemblaggio minuzioso delle pastiglie di uranio, la fissione nucleare, così semplice nel suo principio”. Un’energia che sembra poter essere gestita, controllata ma la cui natura è quella di mostrarsi completamente: “un’energia colossale, contenuta, tutto è qui, in un confinamento che chiede solo di essere infranto per mostrarne il valore”.

Ma l’eccezione, la potenza distruttrice, diviene la regola disumana del quotidiano: “che fare quando si è sotto la nuvola e i sistemi di controllo danno l’allarme? E intanto tutto è normale”. Questa sperata normalità, imposta, diviene l’unico orizzonte della vita che si muove tra cantieri e militarizzazioni, contratti a progetto, a termine, misurazioni di radioattività, essere dentro o esserne fuori, lavorare o meno, un mondo a tenuta stagna che potrebbe essere distrutto e, allo stesso tempo, non accorgersi di nulla come in un infernale caleidoscopio di specchi, di frammenti, che lacerano e costituiscono la vita.

P. Greco

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