26 ottobre 2011

Ambientalismo meticcio e precario

Vorrei condividere alcune riflessioni nate ma non limitate ai lavori congressuali che in questi giorni fino a dicembre a Bari vedranno i soci di Legambiente discutere su quale direzione debba prendere l’associazione. Non è la presentazione della linea del circolo Molecola che vive al suo interno una ricchezza di prospettive che non può essere ridotta a poche considerazioni. Quelli che seguono sono dei punti da cui ripartire per affrontare le nuove sfide poste dall’attuale crisi economica.

Oggi, infatti, ogni riflessione deve essere vista dalla prospettiva della crisi economica. Non solo perché c’è una contrazione vissuta del benessere, ma anche perché a poco a poco si comprende il valore politico della crisi. Ad esempio la BCE che chiede all’Italia riforme strutturali: precarietà, libertà di licenziamento, sfruttamento dei territori, negazione di ogni diritto acquisito attraverso anni di lotte del movimento operaio e ambientalista.

Da questa prospettiva la questione del lavoro è centrale. Ora non solo bisogna giustamente puntare i riflettori sull’assenza di lavoro e quindi proporre una politica che possa accomunare ricerca, occupazione ed economia verde, ma anche riconoscere il valore assunto dal lavoro vivo, da tutta quella attività umana che produce indirettamente o non produce affatto, almeno per ora, reddito o salario.

Altrimenti come si spiegherebbe l’investimento di intellettualità nelle lotte fatte in questi ultimi anni come il referendum? Lotte che non possono essere incasellate nella nozione astratta di volontariato. Bisogna puntare, in altri termini, sulla creazione di nuove fonti di reddito, che abbiano al centro una nuova visione della società e non solo “aggrapparsi” al volontariato: bisogna liberare il tempo dalla crisi piuttosto che cercare di salvaguardare gli ultimi residui di un tempo della vita che verrà irrimediabilmente perduto da una tendenza altrimenti inarrestabile.

C’è un legame diretto tra le forme di produzione e la democrazia. Discorso che si è cercato di fare nell’affrontare la questione Val Susa e quella del nucleare: una produzione basata su grandi impianti, grandi opere e grandi rischi ambientali non può essere che centralizzata, militarizzata, difesa ed esclusa da ogni spazio di dibattito. Quindi non solo la difesa del lavoro, della qualità del lavoro, della liberazione del proprio tempo della vita, ma anche una consapevolezza di una produzione diffusa meno centralizzata. Un concetto che sta alla base ad esempio del fotovoltaico domestico.

Questa prospettiva non ha nulla a che vedere con un “patriottismo dolce”. È vero che modellare il paese raccontando le proprie esperienze e i propri desideri è uno degli elementi centrali per ricostruire un orizzonte e un futuro: più che di patriottismo, parlerei di soggettività che cercano una relazione che vada oltre l’ambito economico. Le istituzioni, nazionali ed europee, sono la governance: lo si è visto per i treni nucleari, in Val Susa, lo si è visto nella repressione delle rivolte dei migranti costretti in lager legalizzati. Più che di “patriottismo dolce” si dovrebbe parlare di una “radicalità senza frontiere”.

Uno degli obiettivi che ci siamo dati come circolo Molecola è quello di continuare ad affrontare la tematica del nucleare studiando la situazione negli altri paesi europei. L’ultimo incidente in Francia ha riproposto in modo evidente il fatto che la questione sia ancora aperta e che la dimensione è quella, almeno, europea. Qui i media devono giocare un ruolo fondamentale per la diffusione e la discussione dei temi che emergono dall’attuale condizione: forme di reddito liberato, economia verde, lotta alla precarietà, nuovi modelli di vita, percorsi di contaminazione di idee, produzione diffusa. Per usare una formula, perseguire un ambientalismo che sia meticcio e precario.

Paolo Greco

17 ottobre 2011

Check point Clarea

Le strade sono percorse da diverse pattuglie della polizia che fermano in continuazione le macchine e controllano nel caso vi fossero delle “armi improprie”. Per raggiungere la Baita NoTav in Clarea si scende per Giaglione, il lato che passa sotto il cavalcavia dell’autostrada. Si percorre una via sterrata per una buona mezz’ora. La passeggiata ci permette di ammirare il cielo stellato che si staglia tra i monti. All’improvviso si è abbagliati dalle luci provenienti dal Non-cantiere che illuminano a giorno questo frammento di territorio deturpato: sembra che la stessa notte debba essere violata dalla presenza delle forze dell’ordine. Sul percorso per raggiungere la baita si aprono delle aperture da cui alcune volte escono i tutori della legge per chiedere documenti o lanciare i lacrimogeni per tagliare la ritirata dei manifestanti. Si passa, infine, sotto il cavalcavia.

Finalmente il Non-cantiere: una doppia fila di reti sormontate da filo spinato (al posto delle spine ci sono lamette affilate). A terra tra le due fila di reti altro filo spinato. Tra le reti, le luci, il camion dell’idrante, i defender, i lince con i militari sembra di essere in un check point. Quest’area non è un cantiere, ma una vera e propria base militare. Non si vedono che poliziotti, carabinieri, finanzieri e soldati. Appena ci sono più di 5-6 persone vicino alla recinzione del Non-cantiere, i poliziotti scendono dalle camionette, si schierano, arriva la digos a filmare, si agitano come galline in un pollaio. Del resto vivono in un pollaio recintato. Allora i manifestanti scendono un po’ più giù e ricomincia la storia. Queste continue azioni di disturbo sono il segno che la Valle non li vuole.

Colpisce quanto oggi la zona sia pesantemente violata rispetto a quando i NoTav davano vita a maggio e giugno alla Libera Repubblica della Maddalena, fatta non di un assordante silenzio rotto dai camion sull’autostrada, ma composto dalle voci della protesta, della voglia di costruire qualcosa di diverso, una gioiosa resistenza. L’area, oggi, può in ogni momento trasformarsi in un grande bersaglio per i lacrimogeni. Si sente che la situazione è tesa ma le persone sono determinate. Qui i NoTav resisteranno un giorno di più, lo si vede dalla determinazione nel ricreare un presidio funzionante. Tra un po’ arriverà l’inverno e scenderanno le temperature ma la volontà delle persone è più alta di coloro che sono dietro i cancelli.

 

P. Greco

19 settembre 2011

Obiettivo150 – Dai il tiro alla spirale bolognese (Bologna)

Bologna è un tondo in cui tutto giunge e di cui tutto mi sfugge. Una forza centripeta la cui energia è alimentata dalla sua bipolarità: cattolica ed atea, inadatta agli studenti ma anche a chi li ospita, bonacciona ma rigorosa, viva di ricordi ma non vitale, un effervescente passato in un ristagnante presente, punkabbestia e radical chic, rossa e blu. Attratta da una bellezza piccola e pasciuta la miro e rimiro mentre la giro e rigiro per trovarmi poi nel mio ombelico del mondo, Piazza Santo Stefano e le sue sette chiese in una. Protagonisti il selciato che, tridimensionale, ti conduce verso la rappresentazione architettonica della metamorfosi. Il ritmo del rinnovamento, una potenzialità sopita che attende i tempi di chi ancora deve digerire i fermenti del ’77. O le tagliatelle al ragù. E poi dopo ci si va a prendere un gelato, chè a Bologna trovi solo quello fatto bene.

MC

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14 settembre 2011

Obiettivo150 – Taranto

Nella città di Taranto tutto era coperto di polvere rossa: la strada, i palazzi, i balconi, i vestiti, le tombe, i fiori appassiti, i polmoni. In questa città dal porto con le sue navi dimenticate, con le stive ancora piene, si vede il golfo bifronte. Da un lato il lungomare che vuole ricordare un antico fasto e dall’altro la città vecchia sventrata dalle vie e dal mare. Se ti sposti verso la fabbrica i primi fuochi sono quelli delle ciminiere che bruciano e spandono la ruggine. La ruggine è nell’aria, la respiri, si ingoia come cibo avariato. Rimane nel fondo dell’anima, prende posto tra un piatto di fagioli e cavatelli e cozze e una bottiglia di birra Raffo ghiacciata. Non basta vedere le colonne superstiti del tempio al dio greco per togliere la sensazione che tutto ciò che è negli occhi di chi guarda questa città finirà corroso dal tempo.

PVG

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16 agosto 2011

Obiettivo150 – Metro mon amour (Torino)

Sono sulla metro di Torino. Sarà che è stata inaugurata qualche anno fa, ma mi sento come in una città senza odori. Ognuno sa dove andare, da un posto ad un altro, senza avere il tempo di riflettere. Un pensiero condensato sui vetri di questo convoglio senza conducente. Cerco di cogliere degli sguardi, immaginare cosa si apprestano a fare queste persone che mi circondano. Quella ragazza legge un libro, vorrei capire dal colore delle pagine un frammento di emozioni: arriviamo a Marconi, immediatamente scende, interrompendo d’improvviso la lettura finita stropicciata nella borsa. Esco e provo un senso di disagio, vorrei rimanere, come quel film argentino, intrappolato nell’infinito nastro dei pensieri per non far loro respirare più la superficie. Discendo la scala mobile e faccio un altro giro di giostra, è giorno, è notte, pioggia o forse nuvole, poco importa: mi sento protetto da queste pareti metalliche che mi ricordano l’assoluto.

PG

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2 agosto 2011

Obiettivo150 – Cerone (TO)

La mia città non è una città: sono quattro case in mezzo ai campi di mais, sono le galline, i cani, la puzza del letame e il dialetto piemontese. Sono cresciuto nell’orto, con i rimproveri di mio nonno e il pane e nutella preparato dalla nonna, con il cappellino in testa se no il sole ti brucia. Il mio paese si estende poco più in là del mio cortile, poco più di una via. Al di là del cantùn ero considerato uno straniero, quello che non era nato in paese, il figlio di quelli separati, il frocio, il comunista. Da bambino gli altri ragazzi mi hanno bucato le ruote della bicicletta, da ragazzo ero innamorato della ragazza che viveva dall’altra parte del fiume. Quando il fulmine ha colpito la mia casa, l’assicurazione della cooperativa contadina ha pagato tutti i danni. Quando è morto mio nonno tutto il paese è andato a salutarlo in Chiesa.

FD

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